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Il luogo, le sedute, lo spazio del foglio, il non-sguardo…



Spazio chiuso, l’atelier è preparato solo per dipingere. Per come è predisposto, e l’atmosfera che gli è propria, permette che sorgano le Tracce dell’Espressione.

“C’è un’attività, un lavoro. Dunque all’atelier c’è un’atmosfera che circola; è un po’ speciale. Ma quando l’Espressione sorge si è… soddisfatti, semplicemente soddisfatti. Quando è il momento dell’Espressione, qualcosa scaturisce, c'è qualcosa di intenso che sorge in noi. Abbiamo un bisogno e dobbiamo esprimerlo, spingerlo fuori. Lo tracciamo e poi siamo soddisfatti. Non abbiamo alcun bisogno di mostrare ciò che abbiamo fatto e, inoltre – lo comprenderemo un po’ alla volta – siamo estremamente soddisfatti che i nostri tracciati restino all’atelier. Nessun dipinto, tavola o tracciato esce dall’atelier. Tutti sono classificati per nome: ciascuno ha la sua cartellina; tutti sono datati, numerati, ma nessuno uscirà né sarà visto da altri. Dopo tutto non è male. E’ una delle condizioni della nostra libertà.”
Estratto della conferenza intitolata: “Dipingere in un atelier d’espressione, una pratica del Non-Fare” di Régis Soavi.



In occasione di ogni seduta all’atelier regna un’attività continua. Libera, ogni persona dispone del materiale comune, e dipinge sullo spazio del foglio che le è riservato. Una seduta conta fino a 12 persone, qualunque sia la loro età (bambino, giovane, adulto) Il materiale utilizzato in comune si trova al centro della stanza, sulla table-palette; vi sono disposti 18 colori con i loro pennelli.

Sono disponibili anche altri colori, o preparati a richiesta, sullo scaffale dei miscugli. Questo funzionamento permette di conservare i colori della table-palette, e di crearne altri a parte. Questo luogo si caratterizza per la sua permanenza: da una seduta all’altra lo si ritrova, immutato, tale come lo si era lasciato. Questo permette in particolare di non essere distratti dalla ricerca del materiale, e ciò porta maggiore libertà: perché l’utilizzo del materiale è semplice, ci si può consacrare interamente al proprio disegno.



Il foglio è fissato al muro con delle puntine: il formato del disegno può ingrandirsi per adattarsi al bisogno. Si può allungare un foglio, e mettere tutti i fogli che si vuole, è illimitato. Ciò che conta, è che il disegno non sia limitato, né in un senso né in un altro. Questa possibilità – quella di fare dei grandi formati – non è che un esempio: il disegno può restare su una sola pagina e ciò dipende dall’individuo.

L’atelier è un luogo dove si riscopre l’atto adatto al proprio bisogno, e non ricalcando su un modello qualsiasi. Il “bisogno” si esprime anche in maniera più precisa, nel corso del tempo, e si viene all’atelier per ritrovare un luogo intimo, un luogo che ci è proprio che si condivide con altri. La scoperta – anch’essa illimitata – può allora cominciare.




Durante la seduta, si può parlare di molte cose, di quello che si vuole e spesso ci sono delle discussioni. Ma mai si commentano i disegni. Per chi scopre l’atelier, passato l’istante di sorpresa, è un grande sollievo. Finalmente un posto dove si può lasciare libero corso al proprio disegno, all’atto di tracciare senza che venga ostacolato, senza che chiunque intervenga o vi faccia degli apprezzamenti. Il bambino, l’adulto affrancato di nuovo dalle costrizioni esterne e arbitrarie, può lasciare scorrere liberamente le tracce che emergono, lasciarle svilupparsi e maturare. Allora nel corso del tempo, qualcosa in lui si fortifica, cresce, naturalmente. Il responsabile dell’atelier, colui che conduce la seduta e si occupa di ognuno ne è solo un testimone.